Foto scattata da Francesco Doglio

Dalla laurea in Giurisprudenza, a giornalista de La Stampa: la storia di Barbara Morra

Dove sta scritto che chi fa Giurisprudenza deve fare l’avvocato? La risposta è semplice: da nessuna parte. Eppure, non conto più le volte che le persone mi hanno guardato con aria perplessa, disorientati dalla decisione di abbandonare una carriera “di prestigio” pensionando codici e tomi di diritto in un armadio. Per fortuna che oggi ho un avvocato d’eccezione, Barbara Morra giornalista de La Stampa che dopo aver preso il titolo da avvocato (scommetto che qualcuno è già pronto a chiedere l’aggravante) ha scelto di chiudere in un cassetto la toga, per impugnare carta e penna dedicandosi a quello che più le piace fare: scrivere. Da allora, tutti i giorni porta nelle case dei lettori le vicende giudiziarie della provincia di Cuneo. 

ANNO DI NASCITA: 1974
DIPLOMA: Liceo Scientifico “G.Ancina” Fossano
LAUREA: Giurisprudenza, Università di Torino
PROFESSIONE: giornalista
SEGNI PARTICOLARI: mamma felice da 7 anni
Foto di copertina scattata da Francesco Doglio

Come tutti sanno chi sceglie Giurisprudenza vuole diventare avvocato, magistrato o notaio. Come si passa da Giurisprudenza a fare la giornalista? Che lavoro sognavi di fare quando hai scelto l’università?
Da quando ricordo di aver sognato un mestiere, era la scrittrice e, poi, la giornalista. Prima, per un po’, ho anche sognato di fare la ballerina alla Scala ma… ero troppo alta, diciamo così. In fondo, non ho mai pensato che le professioni giuridiche “canoniche” facessero per me. Avrei voluto laurearmi in Lettere ma ho scelto Giurisprudenza perché mia madre mi disse che, con la letteratura, non avrei trovato lavoro e sarei finita a far pratiche a uno sportello dell’Asl (con tutto il rispetto per chi lo fa). Con grande fatica sono diventata avvocato per chiudere un percorso e anche un po’ per poter dire alla mia mamma: “Ecco qua. Ora vado a fare quello che preferisco”.

Come ti sei avvicinata al mondo del giornalismo? Hai mai dovuto lavorare gratis?
Ho cominciato a scrivere per il giornale del Liceo, si chiamava “Giovenale”. Poi per il mensile della Parrocchia, “Vento Matteo”. Quindi, per i due settimanali della mia città, Fossano: La Piazzagrande, prima e La Fedeltà poi. Suonerà retorico e, soprattutto, antisindacale, ma all’inizio, era il ’93, primo anno di Università, ero così contenta di poter scrivere per un giornale “vero” che l’ultimo mio pensiero era che mi pagassero. Sono stata molto fortunata, i miei genitori mi hanno mantenuta fin oltre la laurea. Ricordo che andavo a seguire i Consigli comunali felice, sentendomi investita di una grande responsabilità. In settimana studiavo e nel week end scrivevo. Il mio fidanzato di allora un po’ si lamentava. I primi anni ho lavorato completamente gratis, poi ho cominciato a guadagnare qualcosina.

Qual è stato il tuo percorso professionale prima di entrare a lavorare a La Stampa?
Dal 1993 (avevo 19 anni) ho lavorato per due settimanali, due riviste mensili, una radio, due televisioni. C’è stato un momento, durato circa due anni, in cui ho fatto 5 lavori contemporaneamente, da freelance. La stessa notizia la declinavo in 5 versioni, per radio, giornali, tv. Tiravo su uno stipendio decente ma non avevo un attimo di tregua. Non avrei potuto reggere a lungo quel ritmo, considerando che scrivevo la tesi e, poi, preparavo l’esame di Stato. In mezzo a questi impegni c’erano anche cose che facevo gratis. Per esempio: da una tv nazionale, attraverso un’emittente regionale, mi chiamavano quando succedeva qualche disgrazia in provincia di Cuneo. Ho capito che le telecamere non facevano per me quando mi sono trovata a dover intervistare i parenti delle due ragazze di Dronero morte in un attentato a Taba, in Egitto. Comunque, mi hanno mai pagata. Lo facevo perché ero convinta che mi sarebbe servito per arricchire il curriculum. Poi Luigina Ambrogio, una brava giornalista di Fossano, già vicedirettrice della Fedeltà, decise di smettere con La Stampa per cui faceva la corrispondente. Mi chiese se ero interessata a sostituirla. L’allora caporedattore mi prese come corrispondente da Fossano. Quel giorno, dalla felicità, ho ballato. Sono molto riconoscente a Luigina per questo e, soprattutto, perché è stata lei la mia “maestra”.

La scelta di scrivere di cronaca giudiziaria è stata dettata dal tuo percorso di studi o nasce da una passione vera e propria?
È vero, volevo studiare lettere. Ma il diritto, nelle sua ampiezza, può essere meraviglioso e, a tratti, darti il senso della giustizia. Ha un suo nobile aspetto umanistico, diciamo così. Ecco, questo mi è sempre piaciuto e, volentieri, mi occupo di cronaca giudiziaria. Un po’mi hanno indirizzata e un po’ l’ho scelta.

Se c’è una cosa che fa andare su tutte le furie il direttore di un giornale sono le “notizie buca”. Come hai affrontato questi momenti?
Malissimo. Professionalmente è la cosa peggiore che possa capitare. Brutta figura, soprattutto con i lettori. L’unica strada è capitalizzare l’esperienza e cercare di non ripeterla.

Quanto conta al lato pratico la differenza tra giornalisti pubblicisti e professionisti?
Assolutamente nulla. Anzi, molti quotidiani tendono a fare lavorare più i pubblicisti: costano meno.

Oggi, anche a causa dei budget ridotti, sembra profilarsi una figura di giornalista multitasking: con buone capacità di scrittura, conoscenza dei New Media, conoscenza base delle tecniche di fotografia e riprese video. È così? Quali differenze riscontri tra chi si inserisce oggi nel settore e quando hai iniziato tu?
Le tecnologie sono molto cambiate e continuano a farlo con una velocità impressionante tanto da mettere in dubbio l’esistenza stessa del giornalista. Banalmente, l’essenza di questo lavoro resta la stessa: essere in un luogo, registrare ciò che accade e raccontarlo nel modo più immediato e lineare possibile. Il tutto con preparazione e rispetto delle regole. Quello che cambia è che oggi lo si può – anzi, lo si deve – raccontare anche con fotografie, filmati e in tempi brevissimi, quelli del web. I nuovi mezzi di comunicazione, se usati con professionalità, sono una grande risorsa. Resta, ripeto, il dovere di andare sul posto. Così fa un cronista onesto sia che lavori, come me, a livello locale, sia che si tratti dell’inviato di guerra.

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole fare il giornalista? Hai qualche sogno che è rimasto nel cassetto?
All’inizio, come moltissimi che fanno questo mestiere, volevo fare la corrispondente di guerra, alla Oriana Fallaci. Non ho consigli da dare. Il periodo è molto difficile. La professione sta cambiando e il mondo del lavoro è ancora in crisi. Resto, però, dell’idea che, se uno è fortunato ad avere una famiglia “sponsor” alle spalle, e ha il “fuoco sacro” riuscirà senz’altro a fare il giornalista.

Se potessi tornare indietro nel tempo rifaresti le stesse scelte professionali?
Non saprei. Non ho controprove. A volte sono state scelte, altre colpi di fortuna. Sempre, costante, c’è stata la voglia – a tratti disperata – di fare questo mestiere. Avevo sostenuto il concorso per entrare alla Scuola di giornalismo di Milano. Non l’ho superato. Quando mi è arrivata la comunicazione a casa ho pianto amare lacrime. Diceva una cosa del genere: “Le auguriamo di riuscire a fare questa professione attraverso qualche altra strada”. Ho conservato quel cartoncino, come quello firmato da Indro Montanelli all’incontro a Torino in cui aveva esortato tutti a non fare questo mestiere.

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