Lavoro o volontariato? Dove nasce l’equivoco

Se sul piano teorico la differenza tra lavoro e volontariato sembra chiara a tutti, sul piano pratico, proprio come accade con i problemi di matematica: i conti non tornano. A far nascere i primi equivoci l’associazione del termine lavoro con il termine opportunità, che associato al termine laureato e moltiplicato per tutti i laureati disoccupati presenti sul mercato dà come risultato finale un “lavoro gratuito”. Essere laureati, in un mondo di tanti laureati, infatti, assume quasi i contorni di una pena da scontare. Cos’è solo perché sei laureato pensi di aver diritto a un bel lavoro, ormai siete in troppi? Lo sai quanti curriculum ho ricevuto per questa posizione? Sono solo alcune delle frasi che mi è capitato di sentire e che sembrano quasi considerare la laurea, come una colpa da espiare attraverso interminabili sacrifici. Per trovare un esempio di questo genere di equivoci (chiamiamoli così) basta leggere annunci di lavoro come questo, che nelle scorse settimane è rimbalzato sui Social Network:
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Cerchiamo di capire insieme gli errori che ci sono in questo annuncio, partendo dalla definizione di lavoro senza scomodare la Costituzione ma partendo dall’abc. Andando alla voce “lavoro” del dizionario Treccani, troviamo la seguente definizione: “Occupazione retribuita e considerata come mezzo di sostentamento, e quindi esercizio di un mestiere, di un’arte, di una professione“. Se scorriamo il vocabolario alla voce “volontariato”, possiamo scorgere questa definizione: “Prestazione volontaria e gratuita della propria opera, e dei mezzi di cui si dispone, a favore di categorie di persone che hanno gravi necessità e assoluto e urgente bisogno di aiuto e di assistenza, esplicata per far fronte a emergenze occasionali oppure come servizio continuo”.

Ora senza discutere sulla chiara necessità da parte di un datore di lavoro di urgente aiuto, mi sembra evidente che il lavoro si contraddistingua in maniera precipua per la presenza di una retribuzione! Anche qui potremmo aprire una parentesi sottolineando che esiste anche una differenza tra retribuzione e rimborso spese, ma non vorrei mettere troppa carne al fuoco. Quindi arrivando al dunque, per considerare una proposta lavorativa seria mi spiace ma non basta cavarsela con una dichiarazione di intenti futuri su una vaga possibilità di poter offrire una retribuzione.

Se all’interno della cosiddetta gavetta professionale, si può anche fare uno strappo alla regola, ammettendo un semplice rimborso spese per una prima esperienza professionale attraverso uno stage o se vogliamo uno stage gratuito inserito magari all’interno di un percorso di formazione come un Master o altro. Non può che considerarsi un grave errore concettuale – e qui siamo a due – ricercare una figura professionale esperta a costo zero, che in più riesca ad essere fortemente motivato a lavorare tutto il giorno senza guadagnare un centesimo. Suvvia…siamo seri, così è troppo facile, troppo comodo e incommensurabilmente scorretto! Una carriera si costruisce attraverso il lavoro e il riconoscimento dello stesso in termini economici. 

Ma la cosa più preoccupante, è che a cadere in questo equivoco non sono soltanto “recruiter inesperti”, ma anche  realtà autorevoli e riconosciute in tutto il mondo per il loro impegno a difesa dei diritti dei più deboli come le Nazioni Unite, di cui vi riporto il testo dell’annuncio:

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E qui sarebbe il caso di chiamare in causa la Costituzione italiana, che considera il lavoro come un valore fondamentale che impone il perseguimento di una politica di difesa sociale, tesa ad eliminare le disuguaglianza e i privilegi economici attraverso la promozione e la tutela di ogni attività lavorativa. E anche a livello internazionale non manca la teoria:

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Come scrive Pier Luigi Celli nel suo libro “Generazione tradita” edito da Mondadori: “È difficile immaginare  che reclutare le persone puntando su una prospettiva meramente normativa – del tipo “accettare o vedersi esclusi” – anziché su un atteggiamento più disponibile e comprensibile, renda poi possibile attirare degli individui capaci di produrre comportamenti innovativi, utilizzabili per lo sviluppo stesso de business dell’impresa”. “Un’impresa con l’anima – sottolinea Celli – aiuterebbe a ridar vita a speranze e committment individuali e collettivi, scardinando una logica puramente gestionale: quella che utilizza gli uomini come risorse, al pari delle altre risorse – economiche, finanziarie, tecnologiche – senza capire che oggi, nel disorientamento generale, soprattutto i più giovani hanno bisogno di esistere come soggetti e non solo come variabili o fattori di aggiustamento per tamponare le disfunzioni dei mercati”.

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3 pensieri su “Lavoro o volontariato? Dove nasce l’equivoco

  1. […] in quanto in Italia il settore culturale con la crisi è stato ancora più penalizzato di altri e i lavori in quell’ambito si associano erroneamente e troppo spesso al volontariato. Le esperienze di lavoro precedenti hanno contribuito comunque alla mia formazione e da tutte ho […]

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  2. Interessante teoria.
    anche se su questo blog mi rendo conto sia impopolare… rispondimi un attimo lato-datore di lavoro..
    diciamo che sia data una retribuzione/rimborso spese…
    è corretto questo sia proporzionale a quanto quel soggetto apporta come “valore aggiunto” all’azienda o deve esser dato a prescindere solo perché dedica il suo tempo all’azienda?
    il contributo che l’azienda dà alla giovane ed inesperta risorsa (se vi è) deve esser retribuito proporzionalmente?
    (nell’articolo mi sembra ci sia una contraddizione tra risorsa esperta e giovane.. se è esperta non può non deve trattare su quanto deve percepire.. viceversa, forse, è inesperta).
    cosa ne pensi?

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    • Ciao Francesco, grazie per il commento. Sono assolutamente d’accordo con il fatto che la retribuzione debba essere proporzionale all’esperienza. Trovo che la contraddizione tra risorsa esperta e giovane esista nella realtà e lo si riscontri già ad una prima lettura di alcuni annunci di lavoro. Questo è il caso classico dell’azienda che cerca un neolaureato con esperienza, tradotto = voglio pagarti poco sapendo che puoi dare un apporto considerevole in termini lavorativi. La gavetta è sacra e va fatta però ci sono troppe persone che approfittano della situazione del mercato e di insicurezza di molti giovani per fare il gioco sporco. Sei d’accordo?

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